Se la mente è sana, si può affrontare qualsiasi cosa.
- Vanessa Sion

- 9 lug 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Non sempre ciò che sembra premura è davvero Amore.
Nelle ultime due settimane ho dovuto fare alcuni accertamenti per due problematiche fisiche insorte, curiosamente, la stessa identica sera (nulla accade mai per caso).
A parte qualche giorno di dolore invalidante, gestito con antidolorifici, per me non è mai stato un problema.
Ho riconosciuto che c’era qualcosa da sistemare.
Ho prenotato gli esami.
Ho fatto ciò che potevo per prendermi cura di me.
E ho continuato a vivere serenamente.
Nulla di grave, alla fine.
Ma ciò che mi ha colpita è stato il processo che si è attivato intorno.
Persone che mi dicevano cosa fare, come farlo, quando farlo, a volte senza che lo chiedessi.
Persone eccessivamente “disponibili”, eccessivamente preoccupate, eccessivamente (per me) invadenti.
Qualcuno potrebbe dire:
“Dovresti essere grata. È perché ti vogliono bene.”
E lo sono.
Ma il punto è un altro: non sempre queste reazioni nascono davvero dall’Amore.
Spesso dietro ci sono maschere sottili: di controllo, di bisogno di sentirsi utili, di proiezione inconscia del proprio vittimismo o dipendenza (“Se succedesse a me, vorrei qualcuno sempre accanto…”).
La verità è che nessuno stava realmente vedendo me.
Io stavo bene, al netto del dolore fisico.
Già mi vedevo ironicamente in stile Doctor House col Vicodin.
Ero tranquilla.
Conosco il mio corpo, so come usare i farmaci, e ho fatto tutto il possibile per occuparmi di me stessa.
Ma gli altri non vedevano me.
Vedevano, su di me, il riflesso delle Loro paure, dei Loro bisogni, delle Loro insicurezze.
E allora mi sono chiesta: quante volte trattiamo gli altri in base a ciò che noi avremmo bisogno di ricevere, senza chiederci se, magari, loro stanno bene anche senza la nostra interferenza?
Quanto bisogno abbiamo, in fondo, di sentirci necessari?
Quando il dolore è diventato davvero insopportabile, ho chiesto a mia madre un consiglio, e mi ha dato una soluzione temporanea.
Quando ho avuto davvero bisogno di assistenza fisica, in passato, l’ho chiesta.
Tre anni fa ho subito un intervento al cuore, e tutti erano preoccupati.
Io no.
Mi svegliai la mattina in ospedale, andai in bagno a lavarmi, mi truccai leggermente, mi piastrai i capelli.
Ero pronta per l’operazione… In tutto il mio “splendore”.
Subito dopo l’intervento, mi alzai dal letto, anche se avrei dovuto chiamare un infermiere (non sia mai), e andai a sistemarmi.
Mi rilavai, mi cambiai, mi misi abiti puliti. Non da “malata”.
Perché questo è il mio modo di affrontare le cose (o forse quello di mio padre, che in questo mi ha sempre ispirata).
Ne parlavo oggi con due splendide donne: perché questa compulsione all’autocommiserazione, quando siamo noi i malati, e alla commiserazione, quando è qualcun altro a star male?
“Poverino…”
Ma poverino cosa?
E se quella malattia, quel disagio, lo avesse portato a una consapevolezza che tu nemmeno sfiorerai in questa vita?
E se proprio lì, nel dolore, avesse trovato il coraggio di fare scelte che mai avrebbe avuto la forza di fare?
Con questo non intendo dire che dobbiamo essere tutti dei carri armati.
Intendo dire che ognuno è com’è.
E ogni paura va accompagnata e onorata nel modo che le è proprio.
Ci sono persone a cui sono stata molto vicina mentre affrontavano un disagio fisico.
E l’ho fatto col cuore, con presenza, nel miglior modo possibile.
Ma l’ho fatto perché ho percepito che Avevano bisogno di quello. Per davvero.
Ce ne sono altre che semplicemente non ne hanno bisogno.
Il punto è saper Vedere chi abbiamo davanti.
Cogliere, senza proiettare, cosa serve realmente in quel momento.
Siamo così ossessionati dal benessere fisico da dimenticarci dell’anima.
Perché ci preoccupiamo alla prima perdita anomala di sangue… E poi nessuno chiama quando qualcuno si sente morire dentro.
Io non sono il mio corpo.
Certo, faccio del mio meglio per tenerlo in salute (con ampi margini di miglioramento… Giuro, è nella “to do list”).
Ma questo veicolo si può rompere, può deteriorarsi, può perdere pezzi che non sempre saranno sostituibili.
Per questo coltivo altro.
Coltivo la Mente.
Coltivo l’Anima.
Coltivo ciò che mi fa sentire Viva, dentro di me.
Perché, per me, un problema fisico… Non è un problema.
Al massimo può divenire una benedizione, se affrontato dal punto di vista cardiaco.
Il vero problema è quando mi sento fallita. Sbagliata. Inutile.
Quando cado in spirali emotive che mi risucchiano come un buco nero.
Quando perdo di vista il senso di questo mio cammino.
Quando dimentico di essere Grata (ma Grata davvero).
Preferisco fermarmi un giorno per stanchezza e stress che per un dolore fisico.
Perché, per me, la salute mentale viene prima di tutto.
Se la mente è sana, si può affrontare qualsiasi cosa.
Anche la tanto temuta morte.
Vanessa Sion
09.07.2025





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